Fair play non è uno slogan per conferenze motivazionali, né una cornice per cornici fotografiche con medaglie. È una cultura, un principio cardine che distingue l’agonismo dallo spettacolo da stadio. Eppure ogni tanto ci si perde: si confonde la vittoria con il diritto, il confronto con il conflitto. Riportare il fair play al centro significa difendere ciò che lo sport dovrebbe insegnare: il rispetto.
Più di una stretta di mano
Nel contesto sportivo, il fair play è spesso ridotto a gesti simbolici: abbracci post-partita, selfie con l’avversario, post social con hashtag edificanti. Ma quello vero è molto meno instagrammabile. Si manifesta quando un atleta rinuncia a un vantaggio ottenuto in modo irregolare, quando accetta una decisione controversa dell’arbitro senza sceneggiate. È lì che si vede il valore reale della cultura sportiva.
L’agonismo non vive di scorciatoie
L’agonismo autentico è sfida e disciplina, non scorciatoia e furbizia. Chi cerca il risultato a tutti i costi, ignorando le regole condivise, mina la competitività stessa. Certo, si può vincere barando. Ma che vittoria è, se devi evitare lo sguardo di chi ti conosce? È qui che il fair play si impone non come orpello morale, ma come garante della credibilità del risultato.
I giovani e l’imitazione dei modelli
Spesso i ragazzi apprendono dallo sport più di quanto non dicano gli allenatori. E se i loro idoli contestano ogni fallo o simulano per ottenere un rigore, ecco che i comportamenti si radicano velocemente. Il punto non è moralizzare, ma educare. Ossia rendere il fair play parte integrante del processo formativo, una prassi e non un tema di discussione post-gara.
Allenatori, arbitri e responsabilità
L’allenatore ha un ruolo chiave: non solo insegna tattiche, ma modella atteggiamenti. Basta una parola sbagliata a bordo campo per giustificare un fallo violento. Anche l’arbitro, pur con margini d’errore, rappresenta la giustizia sportiva: chi finge o insulta mina il patto tra contendenti. Il rispetto delle regole comincia da chi le incarna, non da chi le subisce.
Fair play e tecnologia: un equilibrio fragile
Con l’introduzione del VAR e della tecnologia nei campi da gioco, molti pensavano che l’equità sarebbe stata automatica. Invece, la cultura resta l’elemento essenziale. Una tecnologia non può sostituire l’etica: il rispetto si allena esattamente come la resistenza o la visione di gioco. Per sostenere questa visione, progetti editoriali come Rabona mirror offrono una prospettiva lucida e critica sul calcio, dove il fair play non è mai dato per scontato.
In fondo, serve allenarsi anche al rispetto. Serve fare dell’onestà un automatismo, tanto quanto un passaggio smarcante. Lo sport che educa non è quello che vince a tutti i costi, ma quello che insegna a perdere con dignità. Perché è lì, nel momento della sconfitta accettata a testa alta, che si riconosce un vero atleta.

